Apocalisse Gaza
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“Vi mostro la Palestina nascosta dal Mainstream” Michelangelo Severgnini: “Gaza è ancora una fortezza inespugnata”

Il regista e documentarista indipendente Michelangelo Servegnini ci svela una realtà palestinese diversa da quella che conosciamo, ci porta sul campo e fa parlare chi vive oggi nella Striscia di Gaza.

La vita quotidiana, i massacri, le privazioni, la sofferenza di un popolo che è cosciente di non essere solo e che resiste. “Gaza è ancora una fortezza inespugnata”, dice Severgnini. Ed è quello che il mainstream non ci dice e non mostra. Per loro la partita è già vinta, affogata nel sangue. Ma è veramente così?

Severgnini non ha lanciato un’iniziativa umanitaria, ma “un’iniziativa politica”, perché per resistere bisogna prima esistere.

Apocalisse Gaza” riesce a mandare direttamente in loco gli aiuti alle famiglie gazawi, che poi fa parlare senza filtri su “Radio Gaza”, trasmissione de l’Antidiplomatico in onda ogni giovedì. Vero giornalismo, “giornalismo orizzontale”, come lo definisce il regista: “le fonti dirette sul posto sono i reporter di se stessi”.

  • Buongiorno Michelangelo, grazie per aver accettato questa intervista, che ultime notizie hai dalla Striscia dopo l’invasione di terra di Gaza City da parte di Israele?

“Alcuni dei nostri contatti hanno deciso di rimanere fin all’ultimo all’interno di Gaza City. Sia per far fronte a vario titolo all’avanzata dell’esercito israeliano, sia perché, in un caso, c’era la volontà di rimanere con la famiglia nella loro casa ancora in piedi. Ci hanno mandato in questi giorni messaggi vocali terribili, che abbiamo trasmesso nel programma “Radio Gaza”, in onda ogni giovedì alle 18 sul canale YouTube dell’AntiDiplomatico.

Una città fantasma, dove si combatte strada per strada, dove si verificano qua e là all’improvviso imboscate della Resistenza contro l’esercito israeliano e per questo Israele sta utilizzando robot per l’avanscoperta. Robot che poi, al momento opportuno, vengono fatti saltare in aria. Bombardamenti continui su aree residenziali, nel tentativo di distruggere o costringere alla fuga i membri della Resistenza. Tuttavia, ormai la città è fantasma.

La quasi totalità della popolazione, come ha potuto, si è spostata verso la zona centrale e la zona sud della Striscia, nel tentativo di sottrarsi al teatro di scontro. Questo fa sì che ora nel sud della Striscia, a Khan Younis, la gente sia accatastata letteralmente una sull’altra, gomito a gomito, molti dormendo all’aperto, per strada, sui marciapiedi, ovunque ci sia un metro quadro a disposizione.

Noi siamo intervenuti fornendo risorse economiche per il trasporto degli sfollati, delle loro famiglie e dei loro averi essenziali (l’inverno è alle porte) e per l’acquisto delle tende. Alcune decine di famiglie ne hanno beneficiato”.

  • In cosa consiste il progetto Apocalisse Gaza, com’è nato e come sta procedendo?

“La campagna “Apocalisse Gaza”, lanciata insieme a Rabi Bouallegue, è nata come il risultato di tutta una serie di passaggi coordinati in diretto contatto con alcuni ragazzi palestinesi a Gaza.

Da anni ho sviluppato un metodo per entrare in contatto attraverso internet con persone che vivono in zone di guerra. Ho frequentato zone di guerra sin dal 1998, dai tempi della guerra in Kosovo e Jugoslavia e da allora sono sempre andato sul campo accumulando una certa esperienza delle dinamiche sociali ed economiche in tempo di conflitto.
Tuttavia, in alcuni casi, è praticamente impossibile recarsi fisicamente sul posto. Lo era per la Libia nel 2018, quando iniziai la ricerca che ha condotto al lavoro chiamato “L’Urlo”. Lo è oggi per Gaza.

Non potendo andare sul posto, attingo a qualcosa che io chiamo “giornalismo orizzontale”, che si ha quando sono le fonti dirette sul posto a essere reporter di se stessi. L’unica difficoltà è mettersi in contatto. Ma da quando esistono i social mettersi in contatto con chi vive sul campo non è poi così difficile, posto che pressoché ognuno ovunque ormai, in tutti gli angoli del mondo, possiede un telefonino e una connessione internet, anche dentro i centri di detenzione libici e anche dentro la Striscia di Gaza occupata e sotto assedio.

Così ho fatto. Una volta entrato in contatto e verificata l’effettiva posizione e l’effettiva affidabilità dei contatti, ho chiesto loro quale fosse il modo migliore per rendermi utile, sapendo che chi vive sul campo conosce sempre cose che chi sta fuori non sempre può immaginare. La risposta è stata spiazzante, ma alla fine anche intuitiva.

Ci hanno spiegato che, per quanto in ginocchio, l’economia all’interno della Striscia è necessariamente ancora viva. Gira il contante (lo Shekel israeliano) tanto quanto prima. L’unica differenza è che questo contante è diventato sempre più caro da acquistare, per tutta una serie di fattori, tra cui la reperibilità dello stesso. Al tempo stesso, prodotti anche alimentari girano regolarmente all’interno della Striscia grazie al mercato nero, comune in ogni contesto di guerra. Il problema è che il costo del contante da un lato e il costo esorbitante dei prodotto sul mercato nero dall’altro, rendono i prezzi della merce inavvicinabili per la stragrande maggioranza dei Gazawi.

Certo, ci dovrebbero essere gli aiuti, e quelli sono giustamente gratuiti. Ma sappiamo bene come l’ingresso di questi sia stato a lungo impedito e spesso comporta rischi enormi per i Gazawi che ad ogni ingresso di camion nella Striscia rischiano una carneficina, presi di mira dai cecchini israeliani o della banda di Yasser Abu Shabab, un palestinese traditore che collabora con Israele e che ha istituito una sua milizia proprio sul confine con Rafah.

Di conseguenza, l’unico modo concreto per rendersi utili è quello di fornire ai Gazawi gli strumenti economici per affrontare i prezzi del mercato nero, in altre parole mandare loro soldi in modo che possano affrontare i prezzi esorbitanti della Striscia. Sono prezzi fuori portata anche per qualsiasi famiglia italiana. Un sacco di farina arriva a costare 70-80 euro. Nessuna famiglia italiana media sarebbe in grado da sola di “adottare” economicamente una famiglia gazawi.

A questo punto, l’unica alternativa era appellarsi alla generosità delle persone e rendere l’azione pubblica e quindi collettiva, nel tentativo di raccogliere quanti più soldi possibili da quante più persone possibili in Italia. Così è nata la campagna “Apocalisse Gaza”.

Al suo 100° giorno, compiuto lo scorso 27 settembre, la campagna ha raccolto 96.732 euro da 1.296 donazioni, tutti inviati a palestinesi all’interno della Striscia”.

  • Su che base vengono selezionate le fonti della trasmissione Radio Gaza?

La campagna Apocalisse Gaza, così come Radio Gaza, si basa su un nucleo di 5-6 ragazzi, di età compresa tra i 18 e i 23, maschi e femmine. Come ripeto spesso, la fortuna della campagna è dovuta a 2 fattori: la generosità dei donatori, ma anche il coraggio e l’intraprendenza di questi ragazzi, che si sono prodigati sin dal primo giorno per rendersi utili alle proprie comunità, condividendo e distribuendo gli aiuti che è stato possibile acquistare sul mercato nero.

Questi ragazzi sono stati conosciuti, come dicevo, su internet, sui social, banalmente. Tuttavia, sono stati verificati attentamente, attraverso videochiamate in lingua, grazie al contributo di Rabi Bouallegue, siciliano di origini tunisine. Poi sono stati messi alla prova, pazientemente, attraverso la comunicazione quotidiana.

Quando abbiamo capito di essere di fronte a ragazzi straordinari, coraggiosi, appassionati, li abbiamo in qualche modo investiti di una grossa responsabilità: quella di sorreggere la campagna, attraverso il coordinamento ma anche la documentazione delle azioni concrete sul campo. Nei primi 2 mesi di campagna abbiamo prodotto 4 mini-documentari con i video da loro girati con il telefonino che ritraggono le azioni di distribuzione ma anche scene di vita quotidiana e interviste a varie persone presenti nei vari accampamenti: bambini, anziani, donne, ragazzi. Il quinto documentario (tutti episodi di quello che noi consideriamo un vero e proprio “film in progress”) è in fase di montaggio.

Ma ad un certo punto, confrontandoci con gli amici dell’AntiDiplomatico e sulla spinta di precedenti lavori, abbiamo pensato di investire i nostri sforzi nella creazione di Radio Gaza, dove attraverso messaggi vocali anonimi quanti più Gazawi potessero esprimersi direttamente facendo ascoltare la propria voce. Abbiamo pensato che, a fianco e a sostegno della campagna, questo fosse il contributo più significativo che potessimo dare.

Per rispondere alla tua domanda dunque, questi ragazzi rappresentano il nucleo di Radio Gaza, una sorta di redazione sul campo, ma non sono le sole voci. Sono loro che, così come distribuiscono gli aiuti, si incaricano di intervistare altre persone sul campo, così come avveniva per i mini-documentari. Al momento, in 5 puntate, 11 persone si sono espresse nel programma, mentre 27 si sono espresse nei 4 mini-documentari.

Di fatto la selezione delle fonti è affidata a loro. Quello che loro ci mandano, noi trasmettiamo.

Tutt’al più a volte possiamo comunicare loro alcune curiosità che girano nel dibattito italiano in modo che ci possano rispondere fornendo informazioni sul campo. Ad esempio: abbiamo chiesto se ci fossero punti d’attracco rimasti attivi all’interno della Striscia, sia ipotizzando uno sbarco delle navi della Flottilla, sia ipotizzando l’arrivo di grandi navi per l’evacuazione forzata ad opera di Israele. La risposta è stata che non ci sono più attracchi attivi in tutta la Striscia”.

  • Come funziona il mercato nero nella Striscia? Puoi fare qualche esempio di vita concreta di quei palestinesi che stai aiutando con Apocalisse Gaza?

“A questa domanda hanno risposto già diverse volte i nostri ragazzi da Gaza in video e audio messaggi, ma cerco di sintetizzarla volentieri per i lettori di Come Don Chisciotte. Facciamo un esempio semplice, concreto e, spero, esplicativo. Noi riceviamo 100 euro di donazione attraverso un conto PayPal. Contattiamo uno di questi ragazzi a Gaza. Questi ci comunica il conto PayPal di un “sarraf”, un agente di cambio, ossia un palestinese a Gaza che ha disponibilità di contanti (di solito commercianti che hanno conti in banca da qualche parte). Inviamo questi 100 euro, tali e quali, sul conto di questo “sarraf”. Il ragazzo riceve da noi il codice di transazione e con questo il “sarraf” gli rilascia del contante, trattenendosi una percentuale che può variare dal 25 al 40%.

Vogliamo chiamare questi “sarraf” palestinesi degli strozzini? Io non ho problema a farlo. Di fatto quindi il ragazzo ritira, ipotizziamo, l’equivalente in Shekel di 70 euro. Con questo contante si reca presso i mercati di strada o i negozi ancora aperti e acquista il cibo. Il costo del cibo tuttavia è sottoposto a taglieggiamento, come in tutte le zone di guerra.

I prezzi all’interno della Striscia, dal 7 ottobre a oggi, sono cresciuti di circa 10 volte. Quindi, di fatto, l’equivalente di 100 euro donati in Italia ha un potere d’acquisto, al netto di tutti i fattori, di 7 euro sul campo all’interno della Striscia.

Chi taglieggia il cibo e chi lo fa arrivare sui banchi del mercato all’interno della Striscia? Più o meno tutti i gruppi armati che controllano quei pezzi di territorio che quel cibo ha dovuto attraversare per arrivare sui banchi del mercato, così come avviene in ogni teatro di guerra. Taglieggerà Israele senz’altro, ma taglieggia anche Hamas. In questo ultimo caso, potremmo anche intenderlo quindi come una sorta di contributo forzoso alla Resistenza”.

  • Secondo le tue fonti sul posto, qual è la realtà di oggi nella Striscia di Gaza e in cosa essa si distingue dalla realtà che ci racconta il mainstream?

“Devo dire che le atrocità raccontate dai coraggiosi giornalisti sul campo (278 di questi uccisi da Israele) corrispondono ai racconti e ai video da noi ricevuti: bombardamenti sistematici sui civili, cecchinaggio sui civili, denutrizione, sfollamento e immense tendopoli che hanno sostituito interi quartieri.

Tutte cose che il mainstream tende a rimuovere o quanto meno a minimizzare. Tuttavia, quello che credo sia l’elemento più interessante di questi contatti, che provengono dal tessuto popolare e quindi più povero e allo stremo di Gaza, è il racconto dall’interno, la visione dall’interno dei fenomeni in corso. Chi si poteva mai sognare che a Gaza ci siano dei mercati dove la gente, in qualche modo, può ancora acquistare il minimo per la sopravvivenza? Chi si poteva mai sognare che bastava un PayPal per bucare l’embargo e far pervenire valuta all’interno della Striscia? Chi si poteva mai sognare cosa passasse per la testa di chi vive a Gaza oggi?

Ecco, con un passaggio, ripeto, banale, tutti questi nostri sogni di fantasia hanno trovato un corrispettivo reale dall’altra parte”.

  • Il parlare apertamente di genocidio e l’assistere a questo massacro quotidiano di persone innocenti: dai social media al mainstream, ormai anche il sistema sembra mostrarci quello che fino a poco tempo fa ci nascondeva. Dove sta la fregatura?

“La fregatura è quella che Susan Sontag ha trattato nel suo libro “Davanti al dolore degli altri”, pubblicato nel 2003, durante l’invasione americana dell’Iraq. Si chiama Assuefazione. Le tragedie alla televisione, le grida di allarme, ci procurano una prima reazione naturale ed istintiva di attenzione.

Tuttavia a lungo andare, quando non incontra la praticità dell’azione, lo stato di allarme si trasforma in assuefazione. Cioè, il segnale non funziona più perché non ha saputo creare un legame tra il “lì” e il “qui”. E in questo la televisione e i social sono micidiali. Perché ti fanno credere che tu sia lì, vedendo quelle immagini. Ma ti fanno al contrario capire che tu sei qui e non puoi farci niente.

Così si fa strada l’assuefazione. A lungo andare i media sanno bene che quelle immagini perdono forza e anzi possono rafforzare il senso di impotenza negli spettatori conducendoli alla rassegnazione e infine persino al fastidio di vederle”.

  • Da l’Urlo ad Apocalisse Gaza. C’è un filo conduttore che lega queste due tue opere?

“Sì, credo ci sia più di un filo conduttore, in effetti. Innanzi tutto, come spiegavo, il metodo utilizzato per entrare in contatto con le fonti dirette sul campo. Questo ha permesso di bucare l’isolamento e far uscire dal campo quelle informazioni che il mainstream non era in grado di, o non voleva, raccontare.

E’ stato così per i migranti-schiavi che da dentro i centri di detenzione in Libia, insieme al racconto delle atrocità cui erano sottoposti, essendo i reporter di se stessi, erano in grado di raccontare una storia tridimensionale: non il migrante scappato che cerca solo l’Europa come vuole la narrazione scolastica, ma il giovane ragazzo africano ingannato dalle mafie che a quel punto, resosi conto dell’errore, chiede di poter tornare a casa dove comunque ha una famiglia che lo aspetta.

Questi contatti diretti con la realtà cruda sul campo sono spesso delle docce fredde per chiunque, perché demoliscono ogni tipo di semplificazione e costringono a rimettere in discussione le proprie certezze.

Fu una doccia fredda per me sentire che quei ragazzi in Libia non si stavano giocando il tutto per tutto per venire in Europa, al contrario si sentivano ingannati e abbandonati e volevano tornare a casa.

Costrinse me per primo a lasciare da parte le mie certezze e cercare di capire dal di dentro il loro punto di vista.

Stessa cosa sta succedendo ora con il materiale che pubblichiamo da Gaza. Pensavamo che Gaza fosse una spianata inerme. Al contrario ne abbiamo tratto la sensazione che sia piuttosto una fortezza ancora inespugnata dopo quasi 2 anni di guerra contro uno degli eserciti meglio equipaggiati al mondo. Pericolante, forse, ma ancora inespugnata.

Un quinto della Striscia è ancora sotto il controllo della Resistenza e il sentire diffuso della gente, nonostante le tragedie e le privazioni, è in sostegno alla Resistenza. Dopo due anni di guerra e forse 300mila morti, la popolazione di Gaza è ancora compatta. Ma al tempo stesso chiede azioni di sostegno serie e concrete.

Per concludere, il punto necessario credo per apprezzare questi due lavori sia l’indipendenza intellettuale che uno può mettere in campo. Se uno trae vantaggi diretti dalla narrazione ufficiale, non avrà alcun interesse ad ascoltare e a far parlare le fonti dirette”.

  • Cosa pensi di questa esperienza e cosa ti sta dando dal punto di vista umano pur da migliaia di chilometri di distanza?

“L’unica cosa che posso fare, credo come chiunque di noi, è imparare dall’esempio che questi ragazzi ci offrono quotidianamente. L’amore per la propria terra, per il proprio popolo, per valori che vanno al di là dell’immediato guadagno, il loro eroismo, la loro fermezza, quella che il filosofo arabo Ibn Khaldun chiamava “Asabiyah” (عَصَبِيَّة), Spirito di Comunità.

Sono testimonianze di qualcosa che nelle nostre società è diventato opaco, flebile, morente. Al contrario di noi, pur nel mezzo di un Genocidio, loro sono vivi, costretti dagli eventi a combattere una battaglia che riguarda tutti: quella della libertà dei popoli e delle società dal virus anglo-americano-sionista, del commercio a qualsiasi costo di qualsiasi cosa in ossequio al dio capitalista.

Sì, i Gazawi sono gli Indiani d’America dei giorni nostri, che combattono una battaglia di civiltà contro la barbarie del liberismo e dell’avidità occidentale. Il contesto storico per fortuna è diverso e l’esito questa volta non è già scritto”.

  • Destra e sinistra si dividono su Gaza e ritrovano identità. La Global Sumud Flotilla verso Gaza per portare simbolicamente aiuti alla popolazione gazawi, cosa ne pensi?

“Vorrei distinguere in questa risposta quella che è la mia opinione personale da quella che è l’opinione di oltre una decina di Gazawi che abbiamo sentito sull’argomento, le cui voci sono state trasmesse nel programma Radio Gaza. Opinioni, le loro e la mia, che solo accidentalmente coincidono nelle conclusioni.

Ho iniziato personalmente ad inquadrare l’argomento con un articolo dal titolo “Il Pal-washing vive e regna insieme a noi” pubblicato sull’AntiDiplomatico il 4 maggio 2024, ben prima che ogni iniziativa simile alla Flotilla fosse annunciata. In quell’articolo facevo notare il comportamento delle classiche reti pro-ONG, pro-Ucraina, pro-vaccini, pro-Lgbt, pro-Green, pro-BLM, a partire da quella che è la traiettoria dei campus universitari americani, che anche qui da noi avevano assunto una posizione pro-Palestinese che infatti si auto-definiva movimento pro-Pal, mutuando l’espressione direttamente dal lessico dei campus americani.

Questo ha fatto sì che tutta una serie di realtà, movimenti, organizzazioni in Italia che si sono resi protagonisti della censura dell’Urlo, fossero in prima linea a coordinare le iniziative per la Palestina. Questo fatto non mi poteva passare inosservato, visto che parliamo delle stesse persone in carne ed ossa.

Conosco per esperienza diretta almeno dal 2007 la predilezione di questi ambienti (diretta emanazione dell’agenda liberista DEM negli Stati Uniti). Allora, come molte volte raccontato, fui ospite all’ArteEast festival a New York con il documentario “Isti’mariyah – controvento tra Napoli e Baghdad“, girato 2 anni prima in Libano, Siria e Iraq e dedicato al diritto alla Resistenza. Nel corso del festival, sponsorizzato dalla Open Society Foundation, ho avuto modo di conoscere in anteprima quella che era l’agenda sorosiana per il Medio Oriente per gli anni a venire, diciamo. Agenda che, una volta eletto Obama con le donazioni elettorali della OSF, è stata dalla sua amministrazione implementata alla lettera.

Così sono nate le cosiddette “rivoluzioni arabe”, riuscite o meno, in Tunisia, Libia, Egitto. Yemen e Siria.

Questa stagione ha investito in pieno anche la questione palestinese, sulla base del principio secondo cui il cosiddetto “soft-power” avrebbe fatto presa facilmente su una società composta principalmente da giovani ragazzi, attraverso l’utilizzo dei social.

Non è una bella pagina, ma vorrei ricordare quanto la comunità palestinese si sia spaccata più volte sulla questione delle “rivoluzioni arabe”, per esempio in Siria nel sostegno o nell’opposizione ad Assad. Lo stesso Hamas in più di una fase ha sostenuto la caduta di Assad.

Da allora sono cambiate molte cose all’interno di Hamas ed è ormai Storia il suo avvicinamento all’Asse della Resistenza. Tuttavia la presa che questi movimenti occidentali rivendicano sulla questione palestinese è figlia di quella stagione.

Questo volevo indicare con l’espressione “Pal-washing”: il trasformare tutte le altre cause in qualcosa di giusto, di “pulito”, attraverso la presenza fisica di quelle sigle all’interno della mobilitazione per Gaza.

Ed è un fenomeno che non ha niente a che fare con il Riposizionamento, quello di cui ci hanno dato prova alcuni partiti italiani e ormai buona parte del mainstream, benché probabilmente gli obiettivi subdoli siano comuni.

Il “Pal-washing” parte dall’assunto, che stigmatizzo, secondo cui la causa palestinese lavi e mendi qualsiasi altra causa. In pratica mi si vuol far credere che tutti coloro che vestono da monaco, siano poi davvero dei monaci. E il risultato di questa dinamica è che assistiamo a un largo convergere di varie arie della diaspora della sinistra verso questa iniziativa, persino quelle più radicali e normalmente in contrapposizione con le reti pseudo-rivoluzionarie e cripto-finanziate dal capitale. Possiamo chiamare questo fenomeno il Rimescolamento. Per cui ora da molti insospettabili sento dire frasi del tipo: “beh, ma poi alla fine la Greta è una brava ragazza, mi devo ricredere, è più simpatica di quanto credessi”. Un momento.

Qui non è in gioco la simpatia di una minorenne, quanto gli interessi che rappresenta. Ho letto qua e là alcune condanne nei confronti di alcuni personaggi aggregati alla Flottilla di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. Al contrario io credo che quei personaggi stiano perfettamente al loro posto e che sia una buona fetta della fu area del dissenso che stia andando appresso a Potere al Popolo in questo momento. E ho il sospetto che questo sia alla fine l’unico vero obiettivo dell’iniziativa, quello di riscrivere i perimetri della contestazione qui in Occidente.

“Eh, ma allora che si fa?”, chiede qualcuno.

“L’iniziativa Apocalisse Gaza è un’iniziativa umanitaria, noi vogliamo invece fare un’iniziativa politica”, di solito si aggiunge. Faccio notare che se consideriamo Gaza una spianata inerme, questo ci pone nell’ottica di dover andare noi a salvarla.

Ma se al contrario Gaza è ancora una fortezza inespugnata, anziché sentirci salvatori nel classico schema delle ONG in mare, dovremmo piuttosto umilmente declassarci a semplici assistenti e collaboratori di una Resistenza indomita sul campo, chiedendo a loro in prima istanza come desiderano essere aiutati.

Per questo motivo, Apocalisse Gaza non è un’azione umanitaria, è un’azione politica perché parte dalle richieste pervenute dal campo da gente che, vi assicuro, sul campo non è inerme e che per tenere in piedi la baracca ha bisogno di mangiare, altrimenti la Resistenza a stomaco digiuno non la fai.

Qualcuno è arrivato persino ad insinuare che i nostri contatti non siano nella piena facoltà delle loro funzioni, in seguito a fame, traumi ecc.. e che quindi ricerchino la via più facile, ma non la via più giusta.

Deliri.

Come coloro che anni fa sostenevano che i migranti-schiavi in Libia chiedessero di tornare a casa perché traumatizzati, ma che la loro vera volontà fosse quella di venire in Europa e quindi non era il caso di esaudire le loro parole.

Per questo motivo le persone che si sono espresse in queste settimane a Radio Gaza hanno dichiarato di considerare l’iniziativa della Global Sumud Flotilla inutile nella migliore delle ipotesi, prodigandosi ad elencare nel dettaglio tutti i motivi che la rendono inefficace, anche sul piano della comunicazione.

In risposta a queste voci è persino partita una raccolta firme per chiedere all’AntiDiplomatico di chiudere il programma, richiesta respinta dall’editore.

In definitiva, quel che riscontro, è che il desiderio di sentirsi protagonisti è duro a morire nelle società occidentali a qualsiasi latitudine politica. Per renderci utili veramente, dovremmo al contrario capire che ormai contiamo davvero poco come Europei, ma quel poco non va sprecato”.

“Tutto lascia pensare che Trump e Netanyahu non stiano scherzando e ce lo ripetono i ragazzi da Gaza. Sarebbe un successo strategico fondamentale per l’asse anglo-americano-sionista. Non solo eliminerebbero alla radice il problema Hamas, ma si darebbero la possibilità di aprire il famoso canale Ben Gurion (dal golfo di Aqaba fino alla riviera di Gaza) come alternativa al canale di Suez, permettendosi così di condizionare il traffico delle merci da Oriente verso Occidente e viceversa. In questo, la natura coloniale dello Stato di Israele dà conferma di sé.

Tuttavia sono interessanti alcune osservazioni che abbiamo raccolto ultimamente da Gaza. La quasi totalità degli abitanti si sta riversando verso il sud, al punto che ormai non c’è più spazio. L’ipotesi evacuazione diventa sempre più uno spettro plausibile. Tuttavia, come fanno notare, il porto di Gaza e tutti i punti di attracco sono fuori uso. Di piste di decollo per aerei non ce n’è l’ombra. Che l’Egitto abbassi la frontiera è fuori discussione. Che Israele attacchi l’Egitto per sfondare la frontiera altrettanto. Che la gente venga trasportata una a una attraverso Israele fino a porti o aeroporti pure è da escludere. Rimane solo l’opzione sterminio totale.

Ma loro stessi non credono che Israele possa ammazzare quasi due milioni di persone in pochi mesi. Quindi? Quindi sono giunti alla conclusione che questa operazione di Israele non ha senso e non potrà giungere a compimento. Sulla base di questa certezza, continua la loro Resistenza quotidiana”.

  • Il mainstream non ci parla mai di una resistenza, ma solo dei “terroristi di Hamas”. Come stanno davvero le cose?

“Vabbeh, questa è una vecchia storia, di cui mi sono occupato nel documentario di cui parlavo prima “Isti’mariyah”, pubblicato nel 2006 in piena fase di “guerra al terrore” voluta da Bush. In quegli anni, come oggi, era impossibile parlare di Resistenza, soprattutto se irachena o palestinese. Il documentario venne fatto per questo motivo. Il ragionamento è semplice. Se l’insorgenza irachena post-occupazione era terrorismo, allora i caduti di Nassiriyah sono dei martiri. E così la storiografia nostra infatti li ha dipinti.

Ma se quella irachena invece era Resistenza, allora l’azione di Nassiriyah era legittima, pertanto quei soldati italiani sono vittime e i responsabili di quelle morti sono i politici italiani che li hanno mandati laggiù. Qual è secondo voi la narrazione che protegge la classe dominante guerrafondaia? La prima, esatto. Siccome i media sono in mano loro, l’unica definizione ammessa è Terrorismo. Ma possono chiamarlo come vogliono, noi sappiamo che quella invece era Resistenza e che i veri criminali sono coloro che occupano il Levante, o quello che gli anglosassoni chiamano Medio Oriente.

Al tempo stesso, posso confermare che la popolazione di Gaza, così come testimoniano i messaggi raccolti e pubblicati, è compatta dalla parte della Resistenza e che la distinzione tra la Resistenza e il popolo palestinese all’interno di Gaza in questo momento è tecnicamente impossibile. Gaza oggi ricorda Napoli poco prima delle quattro giornate che la liberarono dall’occupazione nazi-fascista”.

“Se impostiamo la questione di Gaza e più in generale il cosiddetto conflitto israelo-palestinese in una dinamica coloniale, dobbiamo necessariamente concludere che la fine di questa orrenda pagina storica si otterrà solo attraverso l’alterazione dei rapporti di forza e non attraverso il diritto internazionale né tantomeno la pressione mediatica occidentale.

Arriverà il momento in cui le crescenti economie dell’Asia rivendicheranno la neutralità del Levante come spazio di passaggio naturale dei commerci. Cina e Russia sanno bene che l’amicizia di Trump per Israele è strettamente connessa alla sua politica di controllo degli stretti e dei canali marittimi, al fine di mettere sotto ricatto soprattutto il commercio cinese.

Se questa è la prospettiva, Russia e Cina saranno costrette a far sentire la loro voce, non per una questione umanitaria e forse nemmeno per una questione politica, ma semplicemente per sottrarsi in via definitiva al nuovo tentativo coloniale dell’Occidente, dando vita così a una nuova pagina di Storia per l’intero pianeta”.

Link utili:

Per donazioni: https://paypal.me/apocalissegaza

Michelangelo Severgnini: t.me/lurlo_michelangelosevergnini

FB: RadioGazaAD

Di Jacopo Brogi

Fonte: comedonchisciotte

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