Siria a carte scoperte
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La verità sulla pelle di una famiglia locale

Per la nostra rubrica “Siria a carte scoperte”
(Articoli e aggiornamenti precedenti 1, 2, 3, 4, 5, 6)
è la volta di chiedere a Rajul di parlarci della “questione curda” – popolo presente in buona percentuale in Siria (i curdi controllano attorno al 30% del territorio siriano e dispongono di un esercito composto da circa 60.000 combattenti), e della loro posizione.

Lui ci ha risposto così:

“I curdi anche sono un gioco nelle mani dell’America
Supporto completo con armi ed equipaggiamento

Parlerò un po’ di loro:
Rifiutano il terrorismo e l’estremismo, stanno dalla parte di Suwayda ma non sono intervenuti
Ora è stato ordinato loro dall’America di arrestare i beduini che vivono nelle loro zone / est dell’Eufrate, Deir ez-Zor, Raqqa e quelle aree
Sono loro (ndr i beduini) che hanno attaccato Suwayda e, dopo il fallimento, sono tornati nelle loro zone ed è iniziata una campagna di arresti contro di loro da parte dei curdi”

I beduini sono una tribù nomade, che pratica l’Islam sunnita (la religione prevalente in Siria)

Rajul in precedenza ci aveva spiegato che gli scontri erano iniziati dopo che i membri di una tribù beduina nella provincia di Suwayda avevano allestito un posto di blocco dove hanno attaccato e derubato un uomo druso, dando il via ad attacchi reciproci e rapimenti tra le tribù e i gruppi armati drusi e che le violenze contro la popolazione drusa a Suwayda erano state compiute dai beduini e da miliziani vicini al governo di Damasco.

Approfondiamo la “questione curda”

Lo scorso marzo, il presidente siriano Ahmed al-Sharaa ha annunciato un accordo storico con i curdi per integrare le istituzioni civili e militari del Rojava all’interno dello Stato siriano.
Oggi, però, le due parti offrono letture profondamente divergenti rispetto a quanto stabilito dall’accordo. (Fonte)

Un passo indietro: cos’è la carta del Rojava

A fronte dello scoppio della sanguinosa guerra civile siriana nel 2012, la regione curda del Rojava si è dichiarata autonoma e dall’anno successivo sta sperimentando una forma di autogoverno ispirata ai principi di democrazia, parità di genere, multiculturalismo, inclusione ed ecologia.
Un esperimento unico al mondo nel cuore di un Medio Oriente martoriato dalla guerra, dalla repressione brutale e dai fondamentalismi.

Nel 2014 i tre cantoni (Cizîrê, Kobane, Afrîn) hanno adottato una carta giuridica valida per l’intera società, il Contratto sociale o Carta del Rojava: un documento senza precedenti nel Medio Oriente, che rifiuta l’autoritarismo, il militarismo, il centralismo e le ingerenze dell’autorità religiosa nella vita civile dei cittadini e delle loro diverse comunità, pur nella tutela di ogni peculiarità culturale.

Attraverso questo contratto i curdi siriani e le minoranze etnico-linguistiche della regione hanno creato un sistema politico che non è uno Stato, ma un’unione di assemblee popolari confederate.

La carta del Rojava supporta la libertà di culto, ma separa categoricamente la religione dallo Stato con l’intento di costruire un sistema politico e amministrativo che assicuri pacifica convivenza nel rispetto dei principi di libertà, giustizia, dignità e democrazia. (Fonte)

È difficile dire con precisione che cosa stia accadendo perché la situazione resta incerta.

Sicuramente la Turchia voleva l’eliminazione del Rojava, ma oggi questo progetto è sospeso per tre ragioni principali:

  • l’incapacità di Ankara di intervenire militarmente,
  • la presenza israeliana sul campo
  • l’estrema fragilità della Siria.

Le nuove autorità siriane, che non sono state scelte dal popolo e non dispongono di una base sociale solida, non sanno bene che cosa riserva loro il futuro.
Sanno però che non devono lanciarsi in una guerra contro i curdi.

Al momento, HTS (Hayat Tahrir al-Sham che era guidato dall’attuale presidente  Ahmad al-Sharà) non è in grado di dissolversi per permettere l’emergere di uno Stato legale e strutturato, dall’altro lato, i curdi controllano attorno al 30% del territorio siriano e dispongono di un esercito composto da circa 60.000 combattenti.

Oggi, i curdi siriani cercano di reintegrarsi in Siria e al contempo di affermare la loro appartenenza al Kurdistan.

Al-Sharà proviene dalla tradizione salafita e considera gli alawiti eretici da eliminare, e i drusi apostati, anch’essi votati allo sterminio.
Paradossalmente, i cristiani si trovano in una posizione migliore perché sono un «Popolo del Libro», a condizione però che si sottomettano.
Alla luce di tutto ciò, non c’è spazio per una vera pluralità.

La situazione è molto grave.

I curdi, da un lato, sono costretti a negoziare con Damasco, ma dall’altro sottolineano che la Siria di domani non può essere un Paese sunnita e arabo.
Essa dovrà essere plurale: araba e curda, sunnita, alawita, drusa, sciita, cristiana e aperta anche ai non credenti.

Prima della caduta di Assad, i curdi venivano accusati di collaborare con il regime.
Eppure, sappiamo che, quando il regime di Damasco era in pericolo ad Aleppo, i curdi si sono rifiutati di salvarlo.
Questa decisione ha di fatto facilitato la presa di Aleppo, e poi di altre regioni, da parte di HTS, e ha, al tempo stesso, aperto la strada a una nuova dinamica, rendendo possibili i negoziati tra curdi siriani e iracheni e favorendo un riavvicinamento strategico tra le due parti.

In questo nuovo scenario, la questione curda ha riacquistato una certa legittimità agli occhi dell’Europa e in parte degli Stati Uniti.

Israele, da parte sua, non è all’origine della caduta di Assad: l’obiettivo di Tel Aviv era il suo indebolimento, non la sua eliminazione.
Oggi, Israele ha una presenza reale sul campo.
Fino a sei mesi fa i curdi non avrebbero osato ammettere pubblicamente di avere rapporti con Israele.
Oggi, invece queste relazioni sono alla luce del sole.
(Fonte)

E poi c’è la Turchia di Erdogan

Paradossalmente, questo processo di unificazione simbolica curda è andato rafforzandosi man mano che i curdi venivano divisi dai confini degli Stati.

Dall’altro lato, da ormai cento anni ci sono quattro realtà statali diverse: la Turchia, l’Iran, l’Iraq e la Siria.

Esistono pertanto sia elementi unificatori molto forti nelle quattro parti del Kurdistan, sia elementi di differenziazione molto marcati, ma ogni volta che c’è stato un movimento importante in un Paese, vi hanno sempre partecipato anche gli altri curdi.

Alla luce di tutto ciò, il movimento curdo in Siria non può essere separato dal PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan)

L’addio alle armi del PKK: origini e prospettive della questione curda

In un video del 9 luglio, lo storico leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), Abdullah Öcalan, ha parlato dal carcere di İmralı dove è prigioniero dal 1999.

Ha dichiarato che l’obiettivo fondamentale del PKK, ossia il riconoscimento dalla realtà curda, era stato raggiunto.

Pertanto, ha sostenuto fosse giunto il momento di porre fine alla lotta armata e di avviare un processo di riconciliazione con le autorità turche, dopo decenni di conflitto.

Le spiegazioni possono essere molteplici.

Innanzitutto, pesa certamente sulla decisione la fase di debolezza dei partiti curdi.

A partire dal 2019, l’intensificarsi delle operazioni turche ha gravemente compromesso le capacità operative sia del PKK che delle YPG, ormai incapaci di difendere la popolazione dagli attacchi turchi.

Questa incapacità è stata aggravata dall’improvvisa conquista di Damasco.

Il cambio di regime in Siria consolida ulteriormente la posizione di forza della Turchia in Siria, in un momento in cui le altre potenze coinvolte – Russia e Iran – sono impegnate in altri conflitti.

Non è un caso che a gennaio 2025, pochi giorni dopo la presa del potere da parte di HTS, l’esercito turco abbia condotto una nuova, durissima, operazione contro i curdi siriani e ciò che restava del PKK, costretto quasi interamente a ripiegare in Iraq, sulle montagne del Qandil’.

Pesa, inoltre, il contesto politico interno alla Turchia.
Dietro la Terror-free Türkiye initiative sarebbe in gioco, secondo molti, il progetto di una modifica costituzionale che permetterebbe a Erdoğan, giunto al suo ultimo mandato secondo l’attuale Costituzione, di ricandidarsi alla presidenza nel 2028.

Attualmente la coalizione di governo, composta da AKP e MHP, non dispone in Parlamento dei numeri sufficienti per approvare questa riforma.
Da qui la necessità di avere il sostegno dei 57 deputati DEM, che potrebbero essere convinti a collaborare in cambio della scarcerazione di Öcalan e di una nuova stagione di apertura verso la minoranza curda.

Un compromesso che garantirebbe a Erdoğan di restare al potere, ma che costituirebbe una pesante ipoteca sull’effettiva soluzione della questione curda.

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