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Masha Amini morta, in Iran contro il regime otto giorni di protesta: oltre 700 arresti e 50 morti

In Islam c’è chi difende il Corano e chi lo brucia. Lezioni universitarie online per due settimane. Elon Musk libera internet: le proteste dopo il caso Amini

La morte di Masha Amini, la ragazza curdo-iraniana di 22 anni deceduta dopo l’arresto da parte della ‘polizia della morale’,
sta suscitando proteste in varie parti dell’Iran.

Masha Amini, il cui nome di battesimo in curdo è Jhina, è deceduta in ospedale il 16 settembre.
Tre giorni dopo essere stata fermata dallo speciale reparto di polizia che vigila sul rispetto dei costumi privati dei cittadini.

Secondo varie fonti, Amini è stata picchiata duramente perchè indossava il hijab, il copricapo islamico, in modo giudicato “inappropriato”.

E la città si infiamma.

Masha Amini, la morte della 22enne accende le proteste

Gli studenti di diverse università, tra cui quella di Teheran, hanno continuato a radunarsi anche oggi per condannare la morte di Mahsa Amini.

Le manifestazioni si tengono nel primo giorno di apertura delle università e delle scuole,mentre il governo ha annunciato che le lezioni
universitarie si terranno online per almeno due settimane. 

Sono almeno 50 le persone rimaste uccise nella repressione delle proteste in Iran.

Oltre 700 persone sono state arrestate solo nella provincia di Gilan, nel nord dell’ Iran, dall’inizio delle proteste contro la morte di Mahsa Amini.

Lo ha riferito il capo della polizia della provincia che si affaccia sul Mar Caspio, il generale Azizollah Maleki, citato dall’agenzia Tasnim che parla nello specifico dell’arresto «di 739 rivoltosi, tra cui 60 donne».

Si allarga la protesta per Mahsa Amini.

Anche nella città di Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno, le donne sono scese in piazza oggi per denunciare «il regime iraniano» e «la repressione».

Circa trecento le manifestanti che hanno scandito in curdo
«Abbasso la dittatura» e
«Donna, vita e libertà»
radunandosi di fronte agli uffici delle Nazioni Unite a Erbil.

Alcune di loro hanno dato fuoco al velo islamico.

«Sostenete il popolo iraniano», «Le persone vengono uccise per la libertà in Iran», si legge su alcuni cartelli.

«Jhina, un esempio di vita, la scintilla della rivolta», è stato scritto su un altro usando il nome curdo di Mahsa.

La vittima era infatti originaria del Kurdistan iraniano, nel nord-ovest dell’ Iran al confine con l’Iraq.

«L’Iran deve porre fine all’uso della violenza contro le donne che esercitano i loro diritti fondamentali. Bisogna trovare i colpevoli della morte di Mahsa». Lo ha detto la portavoce della Casa bianca, Karine Jean-Pierre, in un briefing con la stampa. «Le donne devono essere libere di indossare quello che vogliono», ha aggiunto.

La controffensiva del governo

La Repubblica islamica dell’Iran sembra spaccarsi in due tra chi difende il Corano e chi lo brucia, insieme all’hijab. 

Così mentre in piazza si grida ai diritti delle donne arriva la contromossa del regime iraniano che ha lanciato un appello a manifestare in
difesa dei valori tradizionali, per denunciare i «mercenari» e non lasciarsi intimidire dalle proteste seguite alla morte di Mahsa.

In migliaia hanno voluto seguire l’appello delle autorità e hanno così solcato, oltre alle strade della capitale, anche le piazze di altre città
tra cui Ahvaz, Isfahan, Qom e Tabriz, inneggiando tra l’altro alle forze dell’ordine.

«La grande manifestazione del popolo iraniano che condanna i cospiratori e i sacrileghi contro la religione è avvenuta oggi», ha dichiarato l’agenzia di stampa iraniana Mehr.

L’imam Seyed Ahmad Khatami ha dato il tono alle preghiere settimanali a Teheran, esortando «la magistratura ad agire rapidamente contro i rivoltosi che brutalizzano le persone, danno fuoco alle proprietà pubbliche e bruciano il Corano».
«Sostenere la fine del velo è fare politica alla maniera americana», hanno cantato i fedeli, che tenevano in alto i cartelli ringraziando la polizia e condannando le donne che hanno bruciato l’hijab in pubblico.

È la risposta dell’ala dura e conservatrice del paese, espressione del regime autocratico, di fronte ai raduni che da una settimana hanno
investito tutto il paese a difesa dei diritti delle donne.

Manifestazioni represse nel sangue con un bilancio di almeno 50 morti secondo l’ong Iran Human Rights con sede a Oslo.

Per il regime – che ha arrestato un numero imprecisato di persone tra cui l’attivista Majid Tavakoli e il giornalista Nilufar Hamedi -, le
vittime sono invece 17.

Le manifestazioni

La protesta è diventata virale anche in rete.

Le autorità hanno per questo bloccato l’accesso a internet in alcuni quartieri di Teheran e nel Kurdistan iraniano.

«Il governo ha risposto con munizioni vere, pistole a pallini e gas lacrimogeni, secondo i video condivisi sui social media», ha denunciato Il Centro per i diritti umani in Iran (Chri), con sede a New York, mentre l’organizzazione curda per i diritti umani Hengaw ha riferito che le forze di sicurezza hanno sparato nella notte da giovedì a venerdì con «armi semiautomatiche » contro i manifestanti a Oshnaviyeh (nel nord-ovest), senza fornire ulteriori dettagli. Il capo della magistratura, Gholam Hossein Mohseni-Ejei, ha annunciato che «coloro che hanno danneggiato beni pubblici e governativi, disobbedito alla polizia o sono stati legati a servizi di spionaggio stranieri» dovranno essere trattati «senza alcun indulgenza».

Chi invece ha promesso un’indagine sul caso Amini è stato il presidente iraniano Ebrahim Raisi, proprio quel leader iraniano che nelle
scorse ore aveva disertato l’intervista con la giornalista della Cnn Christiane Amanpour poiché la reporter si era rifiutata di indossare il
velo nel faccia a faccia a margine dell’assemblea generale dell’Onu.

Secondo Raisi il medico legale non ha constatato abusi da parte della polizia, cosa che i manifestanti contestano.

Washington intanto ha annunciato misure «per sostenere l’accesso degli iraniani al libero flusso di informazioni», di fronte al
rallentamento delle connessioni Internet nella Repubblica islamica ed il blocco di WhatsApp e Instagram.

Da registrare la forte presa di posizione delle leadership della Ue, con il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, che ha lodato
«la lotta coraggiosa delle donne contro l’oscurantismo».

«Non smetteremo di combattere ovunque», dall’Afghanistan all’ Iran, «questo oscurantismo che quotidianamente viola i diritti delle donne e delle ragazze in tutti i settori. E sto pensando in questo momento alle donne iraniane che coraggiosamente si alzano in piedi per difendere la propria dignità». Lo ha affermato presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, parlando all’Assemblea generale dell’Onu a New York.

La Bbc, in farsi, ha pubblicato immagini di agenti di polizia in uniforme che mirano direttamente ai manifestanti e sparano su di loro.

Il regime ha arrestato un numero imprecisato di persone tra cui l’attivista Majid Tavakoli e la giornalista Nilufar Hamedi.

L’eco della protesta arriva in Europa, con manifestazioni spontanee di sostenitori come a Berlino e a Bologna.

Il dipartimento del Tesoro Usa ha annunciato nuove sanzioni contro la polizia morale iraniana per la morte della 22enne che era stata
arrestata perché non indossava correttamente il velo.

L’ufficio per il controllo dei beni stranieri ha specificato di considerare questo corpo di polizia responsabile di abusi e violenze contro le
donne iraniane e di violazioni dei diritti dei dimostranti pacifici.

Inoltre vengono sanzionati sette leader dell’agenzie di sicurezza iraniane che supervisionano che organizzazioni che regolarmente fanno
ricorso alla violenza per reprimere proteste pacifiche, oppositori politici ed attivisti per i diritti delle donne.

«Mahsa Amini era una donna coraggiosa la cui morte mentre era detenuta dalla polizia morale è un altro atto di brutalità da parte delle forze di sicurezza del regime iraniano contro il loro stesso popolo», ha dichiarato la segretario al Tesoro, Janet Yellen, esprimendo «la più forte condanna» e chiedendo al governo iraniano di «mettere fine alla violenza contro le donne e questa violenta repressione della libertà di espressione e di riunione».

 Le dichiarazioni del padre della 22enne

La polizia religiosa si giustifica intanto parlando di condizioni precarie della giovane ragazza, ma è il padre della vittima a non accettare di
sentire queste cose.

«Sono falsità», a dichiararlo è stato il padre, Amjad Amini, che ha rotto il silenzio con la Bbc contestando la versione delle autorità,
secondo cui la giovane è morta per «improvvisa insufficienza cardiaca» dopo l’arresto, e denunciando che non gli è stato permesso
vedere il rapporto dell’autopsia.

Secondo l’uomo, «alcuni testimoni» hanno detto al figlio 17enne Kiarash, anch’egli presente alle proteste, che Mahsa era stata
«picchiata» all’interno della camionetta della polizia e poi in centrale.

«Mio figlio li ha implorati di non prenderla, ma anche lui è stato picchiato, gli hanno strappato di dosso i vestiti«, ha dichiarato Amjad, aggiungendo di aver richiesto di poter visionare i filmati delle body cam degli agenti ricevendo in risposta che »le telecamere erano scariche».

Parole strozzate dal pianto quelle del padre di masha che denuncia anche di non aver potuto vedere neanche il corpo della figlia defunta.  

Amjad ha quindi spiegato di aver potuto vedere la figlia solo dopo che era stata avvolta per la sepoltura, quando erano visibili solo i piedi
ed il viso.

«C’erano lividi sui suoi piedi – ha detto – Ho chiesto ai dottori di esaminarle i piedi«, ma »mi hanno ignorato« e »ora stanno mentendo».

Interviene sulla questione anche Amnesty International che ha chiesto ai leader del mondo, riuniti in questi giorni all’Assemblea generale
delle Nazioni Unite, di appoggiare le richieste per la costituzione di un meccanismo internazionale e indipendente d’inchiesta che affronti
il clima d’impunità dominante in Iran.  

La battaglia per i diritti civili dell’Iran si combatte ovviamente anche sui social.

Negli ultimi giorni, però, è diventato più difficile seguire ciò che accade, viste le restrizioni che le autorità impongono a Internet.

A partire da mercoledì, il governo ha iniziato a limitare l’accesso al web per gli utenti, con interruzioni che vanno dal pomeriggio alla
mattina presto rendendo difficile per i manifestanti, i giornalisti e gli attivisti che utilizzano i social media condividere foto, video e informazioni.

L’hastag #OpIran è virale con oltre 4 milioni di tweet postati. 

Nel frattempo il Segretario di Stato Antony Blinken promette, su Twitter, aiuto per liberare i social dal divieto governativo, e Elon Musk gli
risponde subito dicendo di aver attivato il servizio satellitare Starlink per aiutare gli iraniani ad accedere a Internet.

L’Ad di Space X aveva già messo a disposizione Starlink per l’Ucraina.

Fonte: IL MESSAGGERO

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