L’occhio inglese del Grande Fratello
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Forum di Davos

La signora Von der Layen ha pronunciato un discorso al World Economic Forum dando una indicazione molto precisa: censurare tutto ciò che non è allineato con il pensiero unico distopico imperante.

Stessa linea per la signora Emma Tucker, editore capo del Wall Street Journal che, peraltro, aggiunge:

Ormai la fiducia è morta da parte delle persone nei confronti del MSM” […] “Noi possedevamo le notizie e noi possedevamo i fatti. Noi eravamo i gatekeeper. Se prima qualcosa lo affermava il Wall Street Journal, allora era un fatto incontestabile. Ora, invece, le persone hanno diverse fonti per le notizie, e sono molto più critici nei confronti di quello che scriviamo”.

La spinta per la censura parte da lontano

Nel 2014 David Cameron affermò davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che era indispensabile fare qualcosa per prevenire l’estremismo, non solo quello violento, sul web. Affermò che “estremismo è da intendere quello che va contro la nostra narrativa”.

Nel 2015 fu lanciato il “Network per le verifiche”: una serie di organizzazioni come Google e Facebook avrebbero operato all’interno del “Fact Checking Network”, ponendo il veto su contenuti ed autori nel caso avessero ravvisato elementi contro il regolamento stabilito.

Nel 2017 le compagnie cosiddette tech, incontrarono Amber Rudd, Segretario di Stato degli USA. Durante la conferenza, la signora Rudd, rivolgendosi ai delegati di Google, Microsoft, Twitter e Facebook, disse:

Vado dritta al punto: io non penso che le persone ‘pericolose’ possano avere accesso ad internet e ai social media. Voglio essere certa che stiamo facendo di tutto per fermarli. […] Voglio che si vada oltre e che vengano rimossi non solo i contenuti terroristici ma evitare, in via preventiva, che vadano online. Voglio che anche le piattaforme minori facciano questo, in modo che non possano essere considerati un’alternativa”.

Qualche mese dopo la Germania approvò una legge per punire i social network se questi non avessero rimosso i contenuti “illegali”come i cosiddetti hate speech o le infamanti fake news.

Secondo il Ministro della Giustizia tedesco, Heiko Maas, questo non avrebbe comportato una restrizione alla libertà di parola.

Da quel momento, soprattutto nel Regno Unito, che in quel periodo stava andando al voto, si cominciò a chiedere ed ottenere da Facebook di trovare le fake news e rimuoverle: Facebook chiuse più di diecimila account, definiti “fake”.

Il G7, tenuto nel maggio di quell’anno, approvò la richiesta ai Service Providers e alle compagnie social di verificare con degli algoritmi “i contenuti che incitano alla violenza per combattere l’estremismo online”.

Theresa May, Primo Ministro del Regno Unito in quel periodo, ebbe un colloquio con Emmanuel Macron, alla fine del quale:

Posso annunciare che Regno Unito e Francia lavoreranno insieme per incoraggiare le corporazioni a fare di più, per aumentare i loro sforzi al fine di rimuovere contenuti dannosi dai loro network e creare nuovi reati penali, nel caso in cui le aziende non rimuovano contenuti che noi riteniamo inaccettabili!”

Ben presto Facebook, Youtube, Twitter e Microsoft rilasciarono un comunicato congiunto, in cui annunciavano la creazione del “Forum Counter Terrorism”.

Si susseguirono incontri a livello internazionale per implementare linee guida e algoritmi e vi furono molte epurazioni informatiche, come ad esempio le piattaforme russe RT e Sputnik.

Il “Trust Project”, una sorta di consorzio delle società di informazione più importanti, include “The Globe and Mail”, “Hearst Television”, “The Independent”, “Journal Review”, “La Repubblica”, “La Stampa”, “HayMarket Media”. Il suo obiettivo è fornire “indicatori certificati sull’etica delle informazioni” e “cosa può essere divulgato”.

Gli incontri tra i vari Capi di Stato, Segretari e dirigenti statali di alto livello si sono susseguiti a ritmo più serrato dal 2018, con i relativi accordi e regolamenti stilati di volta in volta sempre più restrittivi.

Le raccomandazioni e gli interventi provenivano da vari apparati sovrannazionali, come il World Economic Forum, e da organizzazioni governative, come l’MI5, servizio di spionaggio inglese, il cui Direttore Generale chiedeva di controllare i contenuti di tutti i social.

Facebook, nel maggio 2018, annunciò una partnership con l’Atlantic Council, il think tank* della NATO e Theresa May volle una unità di crisi, la “Rapid Response Unit”, che in tutti i paesi atlantisti avrebbe agito in modo coordinato per chiunque avesse violato le regole.

Lo schema è chiaro

Nel 2019 la signora Ursula Von der Layen diventa presidente della Commissione Europea e, tra i primi atti da lei varati, c’è il “New Digital Services Act”.

La BBC, contemporaneamente, istituisce il “Trusted News Iniziative” che prevede:

Sistema di Avviso: consiste nel creare un sistema tale che le organizzazioni possono allertarsi reciprocamente in modo rapido nel caso di disinformazione che rappresenta un pericolo per la vita umana o attenta alla democrazia durante le elezioni. L’azione sarà rapida, contemporanea ed univoca per screditare la disinformazione prima che attecchisca.

Educazione dei Media: una campagna unita dei media per supportare e promuovere i messaggi educativi dei media.

Informazioni di voto: cooperazione nella informazione civica sulle elezioni in modo da avere “un modo comune per spiegare come e dove votare”.

Apprendimento Condiviso: riguarda in particolare le elezioni di alto profilo.

Firmatari e partecipanti attivi sono: la “European Broadcasting Union” (EBU), “Facebook”, “Financial Times”, “First Draft”, “Google”, “The Hindu” e “The Wall Street Journal”. Altri partner sono: “AFP”, “CBC/Radio-Canada”, “Microsoft”, “Reuters” e “The Reuters Institute for the Study of Journalism”, con la collaborazione attiva di “Twitter”.

Nel 2020 si sono susseguiti incontri tra Capi di Stato e dirigenti delle maggiori piattaforme social. Ancora una volta la più attiva in questo cammino verso la censura è l’Inghilterra, che, tramite la BBC, crea una task force contro la disinformazione.

A marzo Facebook lancia l’iniziativa contro la “disinformazione sul Covid19”, e, in modo sincrono, l’Unione Europea rilascia una Direttiva, voluta dalla signora Von der Leyen, per cooperare con i social media al fine di rimuovere dalle loro piattaforme la “misinformazione”. La signora aggiunse, altresì, che tutti avrebbero dovuto attenersi alle sole informazioni rilasciate dalle “fonti autorizzate” per le informazioni sanitarie.

Il governo britannico approvò il monitoraggio degli articoli stampati e online, il controllo attraverso algoritmi e parole chiave, delle immagini senza didascalie, come quelle di infografica e immagini, monitoraggio dei contenuti dei social media, monitoraggio di tutti i contenuti dei social media, monitoraggio dei contenuti televisivi, radio e web broadcast e selezione, valutazione e analisi dei risultati monitorati attraverso una revisione da parte di persone selezionate appositamente.

E fu Digital Services Act

Le regole diventano più severe e stringenti, soprattutto in materia sanitaria. Ancora una volta sono i britannici i più attivi e solerti nel formare “moderatori” in grado di bloccare la disinformazione.

Nel 2021 si sono susseguiti dibattiti in Commissione Parlamentare Europea, volti a trovare un equilibrio tra libertà di espressione e la rimozione di contenuti ritenuti pericolosi. Ogni mese si sono svolti incontri, su sollecitazione del Regno Unito per definire sempre più gli ambiti del controllo arrivando a stilare un “Codice sulla Disinformazione”.

Nel 2022, il governo britannico richiede il blocco, da parte delle piattaforme, di ogni media della Russia.

In aprile, l’Unione Europea raggiunge un accordo sulle linee operative riguardanti il “Digital Services Act”. Poche settimane dopo anche gli USA annunciano l’istituzione di una “Commissione sulla Disinformazione”.

Le linee guida cominciano da questo momento ad essere ancora più stringenti.

Paypal chiude i conti, senza alcuna spiegazione o preavviso, ad una serie di media e giornalisti indipendenti, nonché i conti del “Free Speech Union”.

Il Digital Services Act entrerà in vigore il 17 febbraio 2024:

le piattaforme dovranno essere non solo trasparenti, ma anche ritenute responsabili per il loro ruolo nel disseminare contenuti illegali e pericolosi

Esso, come abbiamo visto, è stato preceduto da una serie di atti, successivi ad incontri e riunioni volute dal Regno Unito, che hanno definito le linee operative, nel tempo divenute sempre più rigide ed incuranti della libertà di espressione.

Censura e controllo delle informazioni

Il “Codice sulla Censura”, dal primo novembre 2023, rilascia periodicamente il rapporto “Sorvegliati ed Esposti”, basato sulla “Online Safety Bill” inglese, che prevede il controllo da parte di apparati governativi di tutte le comunicazioni private, non solo quelle tramite social media, ma anche le e-mail.

Il Regno Unito, in tale modo, sarà una delle prime “democrazie” ad imporre un controllo anche sui messaggi privati, aggirando l’end-to end encryption delle app di messaggistica.

Dalla Seconda guerra mondiale si sono create delle alleanze di sorveglianza mondiale, denominate “Five Eyes” (FVEY): USA, UK, Canada, Nuova Zelanda e Australia. L’alleanza si è estesa negli anni alla Norvegia, Olanda, Francia e Danimarca (Nine Eyes), per arrivare, negli ultimi anni, ai Fourteen Eyes, per l’inclusione di Belgio, Italia, Svezia e Spagna.

Il Giappone viene considerato un “sesto occhio”, anche se non riconosciuto ufficialmente membro dell’alleanza, ma, che, peraltro, ha stretti contatti e condivisione di dati con le varie agenzie di intelligence.

Sono diverse le agenzie di spionaggio, ognuna “specializzata” per una specifica area: finanza (FININT), comunicazioni (COMINT), ingegneria sociale (HUMINT), analisi dei media (IMINT), analisi acustiche (ACINT) materiale open source (OSINT), …

A livello europeo c’è l’EUROPOL, a livello internazionale l’INTERPOL, in Italia c’è l’AISI (Agenzia Informazioni e sicurezza Interna) e l’AISE (Agenzia Informazioni Esterna), molto simili alla FBI e alla CIA statunitensi. Vi è poi il COPASIR (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica), il CISR (Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica), e molte altre agenzie, senza contare quelle presenti nelle forze armate.

Tutte queste agenzie utilizzano programmi di sorveglianza di massa specifici.

Considerate le varie direttive e regolamenti internazionali, esse trovano ora nuova utilità nella lotta al dissenso e alla controinformazione. Il COPASIR, per esempio, come trapelato un anno fa circa, indagava sui canali Telegram, così come il MESIT. (Fonte: Der Einzege)

Tutto ciò accade perché una entità non eletta come il WEF considera la libera informazione un pericolo, addirittura il secondo maggiore rischio mondiale, perché è una minaccia per i “loro” governi.

Se vi chiedete quale sia il primo, ebbene è il cambiamento climatico, una bugia colossale sponsorizzata dal WEF e da una serie di fondazioni finanziate da George Soros, per continuare a seminare paura nelle persone. Tale paura, peraltro, non si è diffusa come sarebbe stato per loro auspicabile, per colpa proprio della libera informazione.

La libertà di espressione è alla base dei diritti umani, è la radice della natura umana e la madre della verità. Sopprimere la libertà di parola significa insultare i diritti umani, soffocare la natura dell’uomo e reprimere la verità.” (Liu Xiaobo)

Fonte: Manuela Fratianni (Radio28tv)

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