Frutta esotica
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Frutta esotica: impariamo a conoscerla

Dal mango all’annona, i frutti esotici sono sempre più diffusi dalla grande distribuzione, cosa che li rende spesso parte integrante della nostra lista della spesa.

Se a frenarci nel consumo di questi alimenti è la poca eticità che spesso deriva dalla loro massiccia coltivazione e importazione da paesi lontani, è bene fare chiarezza.

Anche nel sud Italia vengono coltivati avocado, papaya, litchi e non solo.

L’importante è fare attenzione alla provenienza e acquistare consapevolmente.

Frutta esotica Made in Italy: cosa cambia davvero?

La maggior parte della frutta esotica che troviamo in commercio è importata.

In Italia sono entrati nell’uso quotidiano, e continuano a diffondersi sempre di più, i consumi di avocado, mango e papaya.

Al tempo stesso cocco e ananas sembrano passati in secondo piano, non essendo più “di moda”. 

Un altro motivo è sicuramente la poca sostenibilità ed eticità che deriva dalle loro coltivazioni.

Intere aree disboscate per far spazio alle piante produttive e condizioni lavorative degli operatori agricoli senza regole.

Quello che è successo per l’ananas sta succedendo per l’avocado.

E’ una pianta che non necessita esclusivamente un clima tropicale ma si adatta perfettamente a climi subtropicali e temperati.

Cresce prevalentemente su terreni argillosi e/o vulcanici e la sua fruttificazione avviene nei periodi più freddi dell’anno.

Grazie a queste caratteristiche, è da ormai qualche anno che in Sicilia le coltivazioni di avocado occupano lo stesso habitat di limoni e arance.

Ma l’avocado è solo il più famoso fra tanti.

Infatti, secondo Coldiretti, nel giro di 5 anni si è passati da 10 a 500 ettari di frutta esotica coltivata tra Calabria e Sicilia.

Nelle campagne tra Messina e Catania, oltre all’avocado, si coltivano anche mango, passion fruit e litchi.

Nel palermitano si coltiva la papaya e in territorio reggino l’annona. 

Frutta esotica

Gli agricoltori del sud Italia non possono competere coi numeri produttivi delle aree di origine e quindi la scelta è quella di proporre un prodotto Made in Italya regime di agricoltura biologica, in modo da rendere regolare e certificata la coltivazione. 

Una linea efficace potrebbe anche essere quella del Kiwi del Lazio IGP che, seppur originario dell’Asia, coltivato sul suolo italiano dopo 40 anni ha ottenuto il riconoscimento europeo per la sua qualità.

Ma quali sono quindi i benefici dello scegliere frutta tropicale coltivata nel nostro Paese rispetto a quella importata?

Se la qualità di origine e il grado di maturazione di un prodotto soddisfano gli standard di qualità alla raccolta, è importante che questo venga spedito per via aerea in pochi giorni (nel caso di prodotti extra-continentali) e che non subisca eccessivi urti e sbalzi termici durante il viaggio.

Il problema sorge nel momento in cui il frutto viene raccolto immaturo e fatto viaggiare via nave per favorirne la maturazione.

Il prodotto che acquisteremo, non arriverà sulle nostre tavole maturato naturalmente e le sue caratteristiche organolettiche non saranno ottimali.

Fonte: altroconsumo

Frutta tropicale made in Italy: un boom senza precedenti, ma non per la crisi climatica

Avocado, mango, papaya e maracuja non devono più necessariamente attraversare l’oceano per raggiungere le nostre tavole.

La produzione di frutta tropicale nel sud Italia e in particolare in Sicilia, ma anche in Calabria e in Puglia, sta crescendo in maniera esponenziale, mentre si riducono le coltivazioni di agrumi (-50% per i limoni e -30% per le arance).

Non è però vero, come si sente dire, che la causa di questo boom sia da ricercare principalmente nel cambiamento climatico.

A guardare bene le dinamiche commerciali, i motivi che spingono tanti agricoltori alla conversione dei terreni sono diversi e la crisi del clima può invece rappresentare un problema anche per la frutta tropicale.

La vera ‘molla’ del cambiamento è, come spesso accade, di tipo economico.

In primo luogo bisogna chiarire che non ha senso rimpiangere le colture precedenti, erroneamente considerate autoctone.

Infatti, nonostante le piante di agrumi siano oggi considerate un simbolo delle colture mediterranee, si tratta di frutta che arrivava originariamente da territori lontani (India ed Estremo Oriente).

Negli ultimi anni, la loro coltivazione nelle regioni del sud Italia ha perso molto valore e numerosi agricoltori non riescono a competere con i prezzi dei colleghi turchi e spagnoli.

A causa della globalizzazione dei consumi, la frutta tropicale, fino a qualche decennio fa acquistata in Italia esclusivamente in occasione delle festività natalizie, è diventata sempre più oggetto di consumo quotidiano.

A quest’attenzione per i nuovi ingredienti esotici si abbina però anche una preferenza per le produzioni locali che, non avendo percorso tanti chilometri ed essendo rimaste sulla pianta fino a completa maturazione, hanno un minor impatto ambientale e, al contempo, sono spesso migliori dal punto di vista organolettico.

Per i prodotti coltivati in Italia, anche con metodi biologici, i consumatori sono quindi disposti a pagare un prezzo più alto rispetto alla frutta che ha attraversato l’oceano.

Nasce da qui la “febbre del mango”, ma anche dell’avocado e di tutti gli altri, che ha portato a una superficie coltivata nel nostro Paese intorno ai mille ettari, raddoppiando la produzione in meno di tre anni (dati Coldiretti).

Un boom, per un tipo di coltura che in Sicilia si sperimentava già nei lontani anni Sessanta.

Un censimento vero e proprio dei terreni impiegati è difficile, visto il carattere sperimentale di molte colture.

Mentre assistiamo alla nascita di numerosi impianti, molti sono quelli che muoiono.

Le difficoltà, non mancano.

Si tratta per la gran parte, di coltivazioni che non resistono a temperature inferiori ai 4 gradi centigradi e che hanno bisogno di tanta acqua, soprattutto nei mesi più caldi.

Queste produzioni sono arrivate a soddisfare oggi solo il 5% della domanda nazionale.

Il loro potenziale di crescita è notevole e non manca una forte domanda dal resto d’Europa.

La redditività delle colture, inoltre, è fino a 15 volte superiore a quella delle arance e rende possibile l’investimento in soluzioni di precision farming, come le tecniche di irrigazione a goccia, molto importanti per affrontare condizioni climatiche avverse.

Le zone che risultano a oggi maggiormente vocate sono quelle del messinese e dei monti Nebrodi, ma anche dell’Etna.

Si tratta infatti di territori particolarmente ricchi di acqua.

Si stanno studiando le strategie per allargare le aree di coltivazione, mentre gli agricoltori più intraprendenti sperimentano nuove coltivazioni: dall’amato caffè, alla meno conosciuta moringa.

Fonte: ilfattoalimentare

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